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Massimo Campigli

Moderno artista “europeo” e colto visitatore di antiche civiltà e antichi idiomi, Massimo Campigli è stato fra i più importanti e influenti artisti del Novecento italiano; un pittore, si dirà, così antico da sembrare modernissimo.

Nasce a Berlino ma si trasferisce subito con la madre prima in Toscana e poi a Milano; qui entra in contatto con il gruppo futurista e conosce Carlo Carrà e Umberto Boccioni.

Conclusa la lunga e tormentata esperienza bellica, il suo primo avvicinamento alle arti avviene attraverso le lettere, la scrittura, il giornalismo. Nel 1919 il “Corriere della sera” lo invia come corrispondente a Parigi, e a Montparnasse, storico quartiere di artisti e dei caffè all’aperto, avviene la svolta che lo porta definitivamente alla pittura.

Il clima, dopo la Grande Guerra e l’irruente esperienza delle avanguardie, è quello del “ritorno all’ordine”, alla figurazione, al recupero del classico. L’artista si afferma in tempi brevissimi, aderisce al gruppo di Novecento italiano, che ebbe come sua musa la critica d’arte Margherita Sarfatti, e a quello degli Italiens de Paris. Nel 1928, una visita al Museo di Villa Giulia gli rivela l’arte etrusca, da cui resta affascinato.

Nel 1933 sottoscrive – con Carrà e Funi – il Manifesto della pittura murale di Mario Sironi, nel quale si vuole promuovere un’arte che sia “l’espressione plastica dello spirito Fascista”. “Dalla pittura murale” – si afferma – “sorgerà lo “Stile Fascista”, nel quale la nuova civiltà si potrà identificare. La funzione educatrice della pittura è soprattutto una questione di stile”.

Nel 1937, nell’ambito del vasto programma di ristrutturazione e di decorazione delle sedi dell’Università di Padova avviato sotto il rettorato di Carlo Anti, ha luogo il concorso per la decorazione dell’atrio di Palazzo Liviano, la nuova sede della Facoltà di Lettere, opera del noto architetto milanese Gio Ponti. Campigli, fin dall’inizio fortemente voluto da Ponti, decora l’atrio con un imponente affresco. Accanto alla celebrazione dello storico patavino Tito Livio, si fa protagonista l’Archeologia, fonte di conoscenza, simbolo di quella continuità fra antico e moderno che costituisce uno dei caposaldi dell’immaginario e della propaganda del fascismo. Sono celebrati i valori fondanti dell’Università: la ricerca, l’esplorazione archeologica, lo studio, l’insegnamento. Il profondo radicamento nella tradizione della nuova Italia viene espresso da Campigli in uno stile archetipico ed evocativo che fonde suggestioni archeologiche (dal mondo cretese a quello etrusco) a ricordi d’infanzia.